Prigioniero di un sogno
C’è un gran traffico di detenuti attorno alla scrivania di Obama
Barack Obama aveva elevato il problema della gestione e del trattamento dei detenuti per terrorismo a una questione di catarsi ed espiazione. Il raddrizzamento del legno storto dell’èra Bush doveva necessariamente passare per una radicale riforma della struttura legale che giustificasse il carcere speciale di Guantanamo, gli interrogatori duri che sconfinavano nella tortura, le prigioni segrete della Cia, le “extraordinary rendition” che certo non erano appannaggio esclusivo del precedente inquilino della Casa Bianca.
10 AGO 20

New York. Barack Obama aveva elevato il problema della gestione e del trattamento dei detenuti per terrorismo a una questione di catarsi ed espiazione. Il raddrizzamento del legno storto dell’èra Bush doveva necessariamente passare per una radicale riforma della struttura legale che giustificasse il carcere speciale di Guantanamo, gli interrogatori duri che sconfinavano nella tortura, le prigioni segrete della Cia, le “extraordinary rendition” che certo non erano appannaggio esclusivo del precedente inquilino della Casa Bianca, ma il bisogno di limpidezza dopo tanta “fog of war” non ammetteva troppe distinzioni. Invece di sciogliersi, però, il groviglio legale e politico intorno allo status e al destino dei detenuti della guerra al terrore si è complicato, e torna fuori in ogni dossier su cui il presidente mette le mani. Di testimonianze dell’inevitabilità di Guantanamo sono pieni i faldoni dell’Amministrazione, da ultimo il documento che ratifica le linee guida del Pentagono approvato alla Camera, in cui si incoraggia con fervore il trasferimento di prigionieri a paesi stranieri ma si ammette, con toni già meno concitati, che una cinquantina di detenuti nella base cubana non potrà in alcun caso essere tradotta altrove, dunque il carcere rimane aperto. Poco importa che Obama abbia rinominato due inviati speciali – Clifford Sloan e Paul Lewis, rispettivamente del dipartimento di stato e della Difesa – per gettare nuova benzina sulle promesse frustrate di un nuovo corso. A novembre i messi obamiani hanno fatto una visita a sorpresa al carcere, con incontri riservatissimi dai quali i disillusi sostenitori dello smantellamento non si aspettano granché.
Anche al Congresso è tornata fuori la questione della detenzione, rinfocolata dalla concomitanza con il dibattito, inevitabilmente collegato, sui metodi di spionaggio della Nsa. La commissione Intelligence del Senato ha chiesto alla Cia di poter vedere un report – di cui finora non si sapeva nulla, anche se a Langley ci lavorano da anni – che, dicono alcuni membri, dettaglia metodi e risultati delle detenzioni segrete dell’Agenzia, con interrogatori brutali e impiego sistematico di tecniche borderline. Secondo il senatore Mark Udall, critico delle leggi approvate dopo l’11 settembre per combattere il terrorismo, la sostanza dell’indagine della Cia combacia perfettamente con un’inchiesta analoga ordinata dal Senato, ma confligge con la versione ufficiale della Cia. “Questo suscita domande sul perché una revisione della Cia iniziata anni fa e mai condivisa con la commissione è così diversa dalla sua risposta formale”, ha detto Udall. Era stato John Brennan, consigliere della Casa Bianca poi passato alla direzione della Cia, a mettere insieme un’animosa smentita delle accuse del Congresso. Ora un documento prodotto dalla stessa agenzia potrebbe confermare le accuse di una gestione opaca dei detenuti, con ampie discrepanze fra le informazioni fornite alla Casa Bianca e i metodi praticati sul campo.
La prigione segreta nella base di Bagram, in Afghanistan, è uno dei luoghi caldi della disputa, ed è lì che Obama sta combattendo una battaglia legata a un prigioniero russo noto con il nome di Irek Hamidullan. L’Amministrazione si sta adoperando per trasferire e processare negli Stati Uniti questo ammutinato dell’Armata rossa che si è ritrovato a combattere l’America al fianco dei talebani. Invece di trasferirlo a Guantanamo, il presidente vorrebbe portarlo davanti a una corte civile americana per assottigliare la barriera che separa la giustizia militare da quella civile. Portare Hamidullan in patria significherebbe creare un precedente fondamentale per affrontare il problema della detenzione, ma comporterebbe un conflitto con la legge passata al Congresso nel 2011: nessun detenuto di Guantanamo può essere trasferito in America. Non è implausibile sostenere che la stessa regola valga per chi era detenuto in una prigione della Cia.
Il destino di Khalid Sheikh Mohammed
Il sogno obamiano di una “civilizzazione” della macchina legale del terrorismo si era già infranto con il caso di Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell’11 settembre che l’altroieri si è presentato, assieme a quattro altri imputati, davanti a una corte militare per una nuova udienza del processo sull’11 settembre. Il rifiuto di un procedimento civile a Manhattan, nel luogo della strage, ha raffreddato le ambizioni catartiche di Obama, che si ritrova a muovere prudentemente le sue leve politiche per evitare di rimanere schiacciato in un complicato ingranaggio fatto di disposizioni sgradite e inevitabili.
Il destino di Khalid Sheikh Mohammed
Il sogno obamiano di una “civilizzazione” della macchina legale del terrorismo si era già infranto con il caso di Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell’11 settembre che l’altroieri si è presentato, assieme a quattro altri imputati, davanti a una corte militare per una nuova udienza del processo sull’11 settembre. Il rifiuto di un procedimento civile a Manhattan, nel luogo della strage, ha raffreddato le ambizioni catartiche di Obama, che si ritrova a muovere prudentemente le sue leve politiche per evitare di rimanere schiacciato in un complicato ingranaggio fatto di disposizioni sgradite e inevitabili.